AL PRINCIPIO “IL VINO E’ UNA COLLINA di GIGI MARSICO”

Si tratta di un testo molto amato da Luciano De Giacomi che ne leggeva spesso qualche parte ai suoi commensali. Vi riconosceva la natura, le fatiche, i timori, le speranze che stanno a monte di un buon bicchiere di vino. Le parole di Gigi Marsico accompagnano bellissime foto nel libro “I Patriarchi del vino” edito dalla P. Ferrero S.p.A.

Lo riproduciamo qui per gentile concessione.

Al principio il vino è una collina. Scirocco e tramontana curvano foglie non sono ancora quelle della vite. 

Sul sambuco e il soffione passano nuvole e sereno. 

In primavera il fruscio della faina fa sussultare il fagiano che cova tra l’ortica e l’erba mora. 

Dove un giorno, in autunno, nascerà l’uva, cade la ghianda e si spalanca il riccio della castagna. 

Al principio il vino è un piccone e una mazza portati in spalla un’ora prima dell’alba con il cuneo di ferro da conficcare in sabbie più dure del sasso; è il solco che attraversa la collina come una immensa culla scavata nel tufo per adagiare radici di viti  appena nate, è l’accetta che a luna vecchia taglia nel ceduo il palo di castagno che darà il via al primo filare. 

Al principio il vino è potare da un sole all’altro con le mani screpolate dai geli della galaverna mentre il riccio e la talpa dormono ancora sotto la vigna; è salire la collina con i mazzi di vimini tagliati nella ceppaia in riva al ruscello, puliti in inverno nella stalla dopo la meliga, messi nel mastello perché diventino teneri prima di legare il tralcio al ferro e alla canna. 

Al principio il vino è alzarsi alle quattro per andare a zappare la gramigna e il girasole, è rivoltare la terra tra i filari dopo aver tolto i germogli cresciuti sul legno vecchio e i tralci superflui, è legare con la ginestra quelli che porteranno il frutto. 

Soltanto per un giorno il vino è un profumo dolce, fra il limone la magnolia: quando sulla collina passano sciami di api perché la vite è fiorita e sbocciano i primi grappoli. 

Certi anni non scendono neppure alla fiera di Alba, il primo sabato di maggio, perché c’è già il verderame da dare alla vite e bisogna spandere lo zolfo contro il “marino”. I bruchi sono tornati ad arrampicarsi di notte sul tralcio per divorare le gemme ed è ricomparsa la tignola. 

Il ragno rosso è stato visto sulle barbere in fondo alla vigna. 

Nella vigna passano come fantasmi gli uomini-blu…

Verso la metà di agosto la vigna comincia lentamente a colorarsi di blu.

E qualche volta capita che alla festa della Madonna della Neve si mangino già grappoli di dolcetto tutto nero.

Domenica c’è messa grande e in piazza si gioca a pallone con pugno bendato ma le patate sono ancora da togliere e la botte è piena di tartaro… Ma sta arrivando l’autunno e l’uva non è ancora al sicuro,  nella botte, in cantina.

La prima vendemmia è quella del riccio che sceglie sempre il grappolo di dolcetto più basso e maturo. 

Da quando c’è la vendemmia i due primi filari vicino alle piante sono per i merli e i fagiani, ma anche la gallina è ghiotta di uva, come la volpe che scende di notte dal bricco San Pietro e i boschi sopra Somano. Per sapere quando raccogliere, gli uomini guardano al sole. È lui che decide. Ma è questione di giorni. 

L’immensa flotta di bigonce sta ormai per salpare verso il mare antico dei vigneti.  

Si va, sotto le nuvole chiare di settembre, verso vigne che tingono la collina con i colori stremati dell’autunno. 

Per i moscati di Santo Stefano e i dolcetti di Diano, per le barbere di Alba e l’Arneis dei Roero,  per gli ultimi filari di Favorita e Pelaverga il sole ha già incominciato a battere le ore della vendemmia. 

Più tardi toccherà ai nebbioli del Bricco di Neive e a quelli maturati sulle coste assolate dei Cannubi  e negli antichi mandamenti in sinistra di Tanaro. 

Le cantine dei più bei reami del vino tornano finalmente a profumare di mosto.

Anche dolcetti maturano presto, ma non c’è una data precisa, tutt’al più si guarda alla luna. 

Ai primi d’ottobre, quando fra le radici della quercia e del salice torna a maturare il tartufo, sono le barbere a sfilare trionfanti per le strade di quella immensa cantina che da Govone, ai confini con la vigna astigiana, si spinge fino a Monforte e a Novello fra banchi di arenarie e marne azzurrine. 

Dietro ogni porta c’è una cantina con la scala che sembra tagliata nel tufo ed è lì che ogni anno le colline diventano vino. 

Eccolo scendere limpido, appena spillato dal tino, a riempire i bicchieri di tutta la Langa.

Pochi giorni fa pendeva ancora da un tralcio, adesso e già vino.

Il vino nuovo è già nella botte pulita e dietro la cantina il mucchio delle vinacce spande presagi di grappa. . . . . mentre il sole, che corre già basso sull’orizzonte, strappa alle foglie appassite dei dolcetti e delle barbere trasparenze purpuree di vetri cattedrali. 

Le prime nebbie hanno incominciato a salire dal Tanaro e di notte, sulla collina, le luci caute del «trifolao» guizzano come segnali. 

La grande fatica della vigna sembra conclusa. 

Ma nelle terre del Barolo e del Barbaresco, negli antichi mandamenti del Nebbiolo del Piemonte, 

al di là del Tanaro, i grappoli pendono ancora dai tralci distillando gli ultimi zuccheri. 

Nei “premiers crus” del Cannubi e del Cerequio, sulle piste di tufo di Treiso e di Barbaresco, i vignaioli scrutano il sole e il vicino impegnati in uno sfibrante «surplace»: chi parte prima può anche vincere, ma se il sole tiene sarà chi vendemmia per ultimo a pigiare il nebbiolo migliore. 

Eccolo finalmente reciso dal tralcio quel grappolo costato tanta fatica, scampato alle gelate d’aprile e alle muffe d’autunno, conteso ai bruchi che di notte gli divoravano il cuore, strappato all’insidia del ragno e della tignola, liberato dalla gramigna, sottratto all’oidio e alla peronospora, risparmiato dalla tempesta. 

Adesso straripa dalla bigoncia che fa la spola fra la cantina e la vigna inseguita da uno sciame di vespe. 

Quel fitto ronzare intorno ai racimoli densi di zucchero è il segno delle annate trionfali, quando le chiazze di mosto restano appiccicate all’asfalto, nella piazza del peso, e dentro la cesta dimenticata in fondo alla vigna i cacciatori trovano grappoli che sembrano appena staccati dal tralcio.

 

Collaboration of Francesco Chiavacci Lago for Food and Wine of Slow+Fashion+design.

www.facebook.com/francescochiavaccilago

www.instagram.com/franfrancescochiavaccilago

 

Per ulteriori informazioni potete contattarci direttamente o inviare una email SLOW+FASHION+DESIGN.

BLOG DI SLOW+FASHION+DESIGN